Il Volto della Violenza – opera Fortuna Imperatrix Mundi

Arte

Via Ulrico Hoepli, 3a, Milano, MI, 20121, Italia
17/09/2026 - 17/10/2026

ALLA FONDAZIONE SAN FEDELE DI MILANO, L’ARTISTA LBS ESPONE DUE FRAMMENTI AUTENTICI DELLA STRAGE DI CUTRO, RENDENDO ARTE LA MEMORIA.

Alla Fondazione Culturale San Fedele di Milano, l'artista Bruno Salvatore Latella (LBS) espone due frammenti autentici dello scafo del naufragio di Cutro (2023): il relitto diventa testimonianza, la materia conserva la violenza e dal legno riaffiora un volto.

Milano - Due frammenti autentici dello scafo dell’imbarcazione naufragata al largo di Steccato di Cutro il 26 febbraio 2023 diventano materia, memoria e testimonianza nell’opera Fortuna Imperatrix Mundi dell’artista Bruno Salvatore Latella, in arte LBS.
L’installazione è esposta dal 17 settembre al 17 ottobre 2026 presso la Galleria della Fondazione Culturale San Fedele di Milano, nell’ambito della mostra Il volto della Violenza del Premio Arti Visive San Fedele.
L’opera parte da una delle più drammatiche tragedie migratorie avvenute nel Mediterraneo negli ultimi anni per affrontare una questione più ampia: il processo attraverso cui la violenza priva l’altro della propria individualità, trasformando persone, storie e identità in categorie astratte e numeri.
Il titolo Fortuna Imperatrix Mundi, tratto dai Carmina Burana medievali, richiama la Fortuna come forza cieca capace di governare il destino degli uomini. Nella ricerca di Latella, tuttavia, la sorte perde la propria apparente neutralità. La possibilità di salvarsi o morire viene interrogata alla luce delle condizioni economiche, sociali e politiche che determinano la mobilità delle persone e il valore attribuito alle loro vite.
Al centro dell’installazione si trovano due frammenti originali dello scafo di Cutro, mantenuti dall’artista nella loro condizione materiale originaria.
Il legno non viene ricostruito né trasformato. Restano visibili le venature, le irregolarità della superficie e persino un chiodo ancora conficcato in uno dei frammenti. Nell’altro, sospeso nello spazio, emerge naturalmente una configurazione pareidolica riconducibile a un volto umano: una presenza involontaria che sembra riaffiorare direttamente dalla materia del relitto.
Il frammento cessa così di essere soltanto un reperto per assumere la funzione di una reliquia contemporanea, testimone materiale di ciò che è accaduto.
Alla base dell’opera, una pozza realizzata in resina epossidica e pigmenti dorati introduce un ulteriore elemento di ambiguità. L’oro, tradizionalmente associato alla ricchezza e al potere, diventa qui strumento di interrogazione: quanto vale una vita? Chi stabilisce quali vite possano essere protette e quali possano essere sacrificate?
È proprio nella disumanizzazione che l’opera individua una delle condizioni attraverso cui la violenza diventa possibile. Quando una persona perde il proprio volto, il proprio nome e la propria storia per diventare esclusivamente “migrante”, “straniero” o “clandestino”, la distanza tra individuo e categoria rende più semplice l’esclusione.
Fortuna Imperatrix Mundi estende quindi la riflessione oltre la dimensione fisica della tragedia. La violenza indagata da Latella è anche psicologica, verbale, simbolica e istituzionale: una violenza che può manifestarsi attraverso il controllo, il rifiuto, la sottrazione dei diritti e la costruzione di una separazione tra chi appartiene e chi viene percepito come altro.
La componente sonora contribuisce alla dimensione immersiva dell’installazione. Alle onde del mare si sovrappongono registrazioni originali provenienti dalle operazioni di ricerca e soccorso, comunicazioni radio, voci, interferenze e segnali. La cronaca viene così sottratta alla dimensione puramente documentaria e trasformata in esperienza di ascolto e memoria.
L’opera mette in atto un processo inverso rispetto alla disumanizzazione: dove la violenza cancella un volto, un volto riemerge dal legno; dove la cronaca restituisce numeri, tornano le voci; dove il discorso pubblico costruisce una separazione tra “noi” e “loro”, la materia ricorda una comune condizione di vulnerabilità.
Come evidenzia la critica e curatrice Chiara Canali nel testo dedicato all’opera, Fortuna Imperatrix Mundi non si limita quindi a rappresentare la violenza, ma la materializza, costruendo attraverso il relitto, il suono, l’oro e la presenza del volto uno spazio in cui memoria e responsabilità tornano a interrogare direttamente lo spettatore.

Informazioni

Bruno Salvatore Latella (LBS)
Fortuna Imperatrix Mundi

Nell’ambito della mostra
Il volto della Violenza – Premio Arti Visive San Fedele

Fondazione Culturale San Fedele – Milano
Galleria San Fedele

Opening: 17 settembre 2026, ore 18:30
Periodo espositivo: 17 settembre – 17 ottobre 2026

Testo critico: Chiara Canali

TESTO CRITICO
Fortuna Imperatrix Mundi. La materializzazione della violenza

Di Chiara Canali

Nel tema Il volto della Violenza, proposto dal Premio Arti Visive San Fedele, la parola “volto” introduce una questione essenziale: la violenza tende a cancellare il volto dell’altro, trasformandolo in una categoria, in un numero, in una massa indistinta.

L’opera Fortuna Imperatrix Mundi di Bruno Salvatore Latella (LBS) compie il gesto opposto: restituisce un volto alla memoria di una delle tragedie più drammatiche della violenza sistemica contemporanea, il naufragio di Cutro del 26 febbraio 2023.

Il titolo, tratto dai Carmina Burana del XII secolo, evoca la Fortuna come forza cieca che governa i destini umani. Nell’opera di Latella, tuttavia, la Fortuna, la Sorte, assume una dimensione concreta e politica: la possibilità di salvarsi o morire non appare più come semplice fatalità, ma come il risultato di condizioni economiche, sociali e politiche che determinano il valore attribuito alle vite umane.

Due autentici frammenti dello scafo dell’imbarcazione sono presentati come reliquie contemporanee. L’artista non li modifica né li ricostruisce, lasciando intatta la materia originaria: un chiodo ancora conficcato nel legno, le sue irregolarità, le venature. Sul frammento sospeso emerge naturalmente una forma pareidolica che sembra restituire un volto, una fisionomia che la materia stessa sembra aver custodito e rivelato. Il relitto diventa così testimone della tragedia, come se la violenza fosse rimasta impressa nelle fibre del legno.

La violenza, tuttavia, non coincide soltanto con l’atto fisico e cruento del naufragio. Esiste una violenza psicologica, verbale e simbolica, una violenza istituzionale che si esercita attraverso il controllo, il rifiuto, l’esclusione e la sottrazione dei diritti. È la violenza che diventa potere e che, proprio perché organizzata e normalizzata, può diventare meno visibile.

Alla base dell'installazione, una pozza di resina epossidica pigmentata con polveri dorate introduce un’ambigua immagine di ricchezza e destino. L'oro non allude alla prosperità, ma al valore arbitrario attribuito alle vite: quanto vale una persona? Chi stabilisce chi può essere salvato e chi può essere lasciato morire?

È qui che l'opera interroga una delle radici più profonde della violenza: la disumanizzazione. La violenza diventa possibile quando l’altro cessa di essere percepito nella propria singolarità e viene trasformato in una categoria: la persona non ha più un volto, una storia e un nome, ma è “uno straniero”, “un migrante”, “un clandestino”.

Il meccanismo è antico e attraversa i grandi racconti sulle origini della violenza. Da Caino e Abele a Babele, la diversità può diventare minaccia. La paura della differenza produce allora il desiderio di uniformità: un’unica lingua, uniche parole, un unico popolo. La pluralità viene percepita come dispersione e l’identità si costruisce attraverso la contrapposizione tra un “noi” e un “loro”.

È la logica della polarizzazione: cittadini e stranieri, autoctoni e migranti, dentro e fuori.

In questo senso Fortuna Imperatrix Mundi non si limita a rappresentare la violenza: la materializza. Il relitto, il volto emerso dal legno, la pozza dorata e il paesaggio sonoro costruiscono uno spazio di memoria e responsabilità. Alle onde del mare si sovrappongono registrazioni originali provenienti dalle operazioni di ricerca e soccorso: voci, comunicazioni radio, interferenze, segnali. Lo spettatore viene introdotto in dimensione immersiva nella quale la cronaca lascia spazio all’ascolto e alla memoria.

L’opera rovescia così il processo della disumanizzazione: là dove la violenza cancella i volti, un volto riemerge; là dove la cronaca produce numeri, tornano le voci; là dove si costruisce una separazione tra “noi” e “loro”, l’arte restituisce una comune condizione di vulnerabilità e di alterità.