RICCARDO ACCARINI – OPERE

Arte

C.so Italia, 201r, savona, sv, 17100, Italia
06/10/2018 - 04/11/2018

Le opere recenti di Riccardo Accarini convincono come sempre, il loro ermetismo si supera solo seguendo fino in fondo un processo creativo di non facile lettura.
Le tre dimensioni dello spazio e quelle del tempo (passato presente futuro) funzionano benissimo nella rappresentazione naturalistica, ma nella sua pittura si apre un orizzonte al di là dello spazio e del tempo comunemente condivisi: il tempo e lo spazio racchiusi nel suo animo si manifestano con i segni di una grammatica che è solo sua.
Alla lettura di sé, Accarini non fornisce chiavi, come non concede appigli esteriori. Di solito sfugge a una luce piena: le note misurate nel suo spartito possono risuonare nell’animo di chi guarda/ascolta solo alla tenue luce di un diffuso silenzio.
Ogni opera d’arte è un progetto non per ingannare, ma per smascherare l’inganno a se stesso e agli altri. Da qui linee, cerchi e colori, collages…che, se a prima vista sembrano vagare nella piatta opacità della cabala, in realtà, rigorosamente ordinati nella gabbia di un pensiero sofferto ma sempre aperto alla comunicazione, riescono a trovare i piani della loro profondità, acquistando plasticità formale e struggente intensità narrativa.
La sua linea, studiata nella combinata alternanza di rigidi segmenti e secche spezzature d’angoli, corre alle immagini come a contornare, netta e perentoria, forme inesorabili, incise talvolta con la lenta crudeltà di una lama, talvolta con il deciso fendente di una spada. La sequenza dei segmenti di retta separa via via spazi e oggetti, e di regola nel suo percorso spezzato rivela figure, quasi volti inumani, dove alla linea curva è solo permesso di apparire nel cerchio argenteo di un compact disc applicato a collage in funzione fissa di grande pupilla ferma e dilatata: per ansioso sgomento, non per meraviglia (il laser infatti ne ha ferito per sempre la rilucente superficie metallica, corrompendola di informazioni destinate all’oblio).
Sorprendente è scoprire nelle sue tele altre e nuove curve, seducenti di colori caldi (il giallo, l’azzurro, perfino il rosso), che, quasi a compensare una troppo lunga indifferenza, sembrano voler forzare qua e là un ordine compositivo tuttora giocato soprattutto su colori secondari, diversamente trasparenti e spesso attenuati fino al bianco o spenti addirittura nel nero: con il fascino dei fiori scopriamo, insieme all’autore, una suggestione della natura finora accuratamente negata; questi fiori multicolori, mentre alleviano al fruitore il senso oppressivo di una costante proclamata negatività, sembrano voler significare un’ apertura dell’autore a qualche conciliazione, se non con l’uomo, con una più rasserenante natura.
G.F.